Amo entrare nelle chiese della mia città. Le scopro e le riscopro spesso all’alba.
Quando la città ancora sbadiglia e si accinge a prendere il suo primo caffè.
Le chiese sono ovunque. Accompagnano il mio passo, mi conciliano con il mondo.
Amo incontrare “Maria” ed i santi, divenire fiammella di candela come quelle che vedo sugli altri di marmo.
Amo i contrasti: silenzio nelle cappelle e voce prepotente dell’arte che, tra marmi, affreschi e statue, parla di devozione, di tempo e di memorie.
Sono entrata di lunedì mattina nella chiesa di Santa Teresa a Chiaia, sopraelevata su strada perché “Lei” deve guardare il mare.
Così si chiamava infatti in origine: Santa Teresa Plaggie per la sua vicinanza all’acqua.
Il suo interno, a croce greca, è un trionfo barocco con nomi importanti: Cosimo Fanzago, Luca Giordano, Domenico Vaccaro.
E qui ho camminato su un pavimento maiolicato consumato e bellissimo.
Ma la più bella è lei, Santa Teresa, bianca di marmo, in estasi, avvolta nel manto, sull’ altare, a cercare con lo sguardo solo Dio.
La statua è di Cosimo Fanzago ed è considerata tra le sue opere più belle.
Talmente bella da distrarti dalla preghiera perché Lei domina, sotto un arco, sull’ altare tra Santi, in beatitudine, a cercare anche Te con la sua piccola mano.
Aut morì aut pati.
Questo il suo motto sulla facciata.
Anche qui la sua piccola mano ti cerca.
Mi hai trovato “Teresa“.
Ti prendo per mano. Da quassù guardiamo insieme il mare….














